La particella di Dio?

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“In principio era lei. Tutto è stato fatto per mezzo di lei. E senza di lei, niente è stato fatto di ciò che esiste”.
 
 
 
Andrà in onda, per la prima volta in Italia, su LaEffe, mercoledì 17 dicembre alle ore 22.00 e chi ha già avuto modo di vederlo assicura che è quanto di più efficace vi sia in circolazione per diffondere il virus della passione per la Fisica delle Particelle. Si tratta del docu-film “La Particella di Dio” (titolo originale “Particle Fever”) che racconta di LHC, dal 2008 alla scoperta del bosone di Higgs. Sono gli stessi ricercatori del CERN ad essere i protagonisti della pellicola diretta da Mark Levinson e ideata e prodotta da David Kaplan (entrambi fisici teorici), pellicola in cui si respira sia aria di Nobel che aria di Oscar, non fosse altro che per il tocco magistrale di un professionista del cinema come Walter Murch.
 
Ecco l’intervista di Media INAF a David  Kaplan:
 
Professor Kaplan, partiamo dal titolo: “Particle fever” in Italia è diventato “La particella di Dio”. Come mai?
È il titolo che è stato adottato nei paesi non anglofoni, riprendendo l’espressione utilizzata dai media per riferirsi al bosone di Higgs. In inglese è invece rimasto il titolo originale per motivi storici: quando siamo partiti con il film, l’ho chiamato “Particle fever” per rendere l’idea di come si sentissero, all’epoca, i fisici che stavano lavorando a LHC, la macchina che stava per scoprire chissà quale particella. Era per tutti una vera e propria ossessione.
Ricorda quando s’è reso conto che dalla caccia al bosone di Higgs si sarebbe potuta estrarre una sceneggiatura adatta al cinema?
Credo che fosse il 2006. Sapevo che questa enorme macchina che ci apprestavamo ad accendere sarebbe diventata la più grande nella storia del nostro pianeta. E sapevo anche che, una volta avviata, avrebbe prodotto dati tali da trasformare la fisica delle particella. Noi stessi saremmo cambiati, ci avrebbe fatto scoprire se tutto quello su cui stavamo lavorando era interessante e importante oppure, al contrario, una perdita di tempo. E poiché tutto ciò ha richiesto un tempo lunghissimo, in un certo senso è stato come se la nostra intera carriera si potesse ridurre a un singolo istante. Qualunque cosa avesse trovato, non necessariamente il bosone di Higgs, avrebbe implicato in qualche modo un giudizio su ciò che avevamo fatto fino a quel momento.
Era una storia così intensa che, parlandone con i miei familiari, mi resi conto del suo potenziale drammatico. E volevo condividerla con un pubblico il più ampio possibile. Non solo con i fisici: penso sia un’esperienza che chiunque possa provare. Così sono partito, per piccoli passi, acquistando una telecamera e facendo io stesso le interviste. Poi, nel tempo, sono riuscito a raccogliere un po’ di denaro e a trovare filmmakers in grado di fare un lavoro davvero professionale.
A questo proposito, in che modo “Particle fever” si distingue da un documentario scientifico?
Credo che “Particle fever” sia profondamente diverso da qualunque documentario che io abbia mai visto. Il mio obiettivo è far sì che lo spettatore possa sperimentare la vita d’un fisico nel corso di questa manciata di anni densi d’eventi drammatici. Lo scopo non è insegnare la fisica delle particelle. Non puoi imparare la fisica delle particelle in 97 minuti: è semplicemente impossibile. Non ci ho nemmeno provato. Ma nemmeno m’interessava dare un assaggio di fisica delle particelle. Volevo che il pubblico s’immedesimasse nei fisici delle particelle. E se nel film c’è la fisica, è lì a sostegno della storia, giusto perché è necessario un minimo di fisica per capire qual è la posta in gioco: chi è interessato a cosa, che significato ha per questo o per quello se fai una determinata scoperta… Ecco, è in questi punti che forse s’impara un poco di fisica, quasi per caso. Un documentario scientifico avrebbe offerto le meraviglie della fisica, e le storie personali sarebbero state un’aggiunta, per dare un tocco d’umanità. “Particle fever”, al contrario, racconta anzitutto vicende umane, vicende che incidentalmente toccano un’epoca fondamentale per la storia della scienza.
 
 
Molti dei protagonisti di queste vicende hanno nomi italiani… com’è stato lavorare con questi “attori” e queste “attrici”?
Ogni nazione ha una propria personalità, nella fisica delle particelle. Una personalità che è legata al tipo di fisica che vogliono fare. E i fisici italiani, a mio parere, sono i più simili ai fisici americani, soprattutto quanto a creatività e intraprendenza. Uno dei personaggi principali del film è naturalmente Fabiola Gianotti, portavoce dell’esperimento ATLAS quando lo accesero e quando fu scoperto il bosone di Higgs. Ma c’è anche Riccardo Barbieri, uno scienziato di Pisa che è stato un maestro per gran parte dei fisici teorici italiani di maggior successo, e non solo per quelli italiani. Nel film c’è una scena, assai particolare, nella quale Barbieri si mette a riflettere sulla sua carriera. E la sua schiettezza, secondo me, imprime una svolta all’intera atmosfera emotiva in un momento cruciale del film.
Insomma, non possiamo perderci “Particle Fever” per quale motivo, dovendo sceglierne uno soltanto?
Perché ti fa sperimentare un mondo con il quale hai pochissimi legami, un mondo assai speciale nel quale gli scienziati hanno come fine non la prosperità, non obiettivi militari, ma la conoscenza,. La pura e semplice conoscenza. Quale che sia la scoperta, accompagnerà l’umanità per sempre. Riguarda il nostro universo, ciò di cui siamo fatti, e quel tipo di cose alle quali la maggior parte di noi non ha accesso. Il mio suggerimento è dunque di guardarlo non tanto per quello che vi accade di fisica, ma per entrare a far parte della sua comunità, seppure per un’ora e mezza soltanto.
 
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